Mia figlia ha tredici anni e si veste come un maschiaccio senza femminilità

Mia figlia ha tredici anni e si veste come un maschiaccio

 

La figlia di tredici anni ha poca femminilità e si veste come un maschio e la mamma si preoccupa. Gli adolescenti hanno tempi diversi nello sviluppare l’identità di genere. E’ inutile, e a volte controproducente, creare pressioni, perché potrebbero esasperare atteggiamenti di segno opposto.

 

Gentile dottoressa Salomoni, sono preoccupata per mia figlia: ha quasi tredici anni, e a differenza delle sue coetanee, che iniziano a truccarsi, vestirsi con cura ed esaltare la loro femminilità, lei si ostina a vestirsi come un maschio.

Non solo: sembra rifiutare le amicizie femminili, e si circonda solo di ragazzini con cui gioca a pallone. Eppure so per certo che, per uno di loro, ha una cotta.

Perché allora sembra negare cosi la sua femminilità?

Marianna, Massa Carrara

Carissima Marianna, credo che tu non debba essere preoccupata, ma attenta: Così come lo psicoterapeuta per i pazienti, una madre deve stare accanto ai figli senza invadere troppo il loro spazio.

Ognuno di noi ha i suoi tempi per sviluppare l’identità di genere e non è certo facendo sentire la tua pressione oppure imponendo make-up o abiti rosa a tua figlia che la aiuterai a esprimere la sua femminilità.

Credo invece che, se tu dovessi assumere un atteggiamento di questo genere, la ragazza potrebbe essere portata a esasperare gli atteggiamenti maschili in segno di ribellione nei tuoi confronti.

Forse tua figlia è molto semplicemente una ragazza dall’intelligenza e dalla personalità particolarmente spiccate, poco interessata alle frivolezze e più propensa ad attribuire valore a esperienze umane anche non del tutto convenzionali.

Dottoressa Serenella Salomoni, 

psicologo, psicoterapeuta, sessuologo Padova-Jesolo-Este

L’emancipazione personale richiede fatica e spesso dolore

Le nostre abitudini, a ben guardare, sono una forma positiva di ossessioni: utilizziamo il rito, la ripetizione del gesto, per difenderci dall’ignoto. Questa stabilità si radica negli spazi che viviamo e tra le persone che amiamo. La passività, quindi l’accettazione cieca di uno stile di vita senza ambizioni, limitato alla quotidianità dettata dalla famiglia di origine, è un sistema difensivo che può essere scardinato solo attraverso l’emancipazione personale, che richiede fatica e, spesso, dolore. Può capitare che l’innamoramento per una persona nuova, figlia di tradizioni diverse e di altri luoghi del mondo, possa funzionare come un innesco capace di attivare, per contrasto, il nostro bisogno di libertà. Può essere l’inizio di un lungo percorso: la libertà costa sempre fatica.

(articolo apparso su “CONFIDENZE N° 4 del 16.01.18)